Hot spot fotovoltaici: perché la termografia è importante
Su un capannone di qualche migliaio di metri quadri ci sono centinaia di moduli, e visti dall’alto sembrano tutti uguali. Anche quello che da mesi scalda molto più degli altri.
Un hot spot può andare avanti a lungo senza far scattare allarmi e senza un calo di produzione che si noti. Nel frattempo il modulo si rovina, a volte si brucia e, in casi più rari, può innescare un principio d’incendio. Per accorgersene in tempo serve la termografia, che mostra quello che a occhio nudo e nei dati non si vede.
Cos’è un hot spot e da dove nasce
Un hot spot è un punto del modulo molto più caldo del resto. Si forma quando una cella, per qualche motivo, smette di produrre come le altre e invece di generare corrente la dissipa in calore. In pratica si comporta come una piccola resistenza dentro il pannello.
Le cause, di solito, sono banali. Un camino o un impianto tecnico montato dopo che fa ombra su una parte dei moduli, sporco che si accumula in un punto, escrementi di uccelli, foglie che restano ferme in un angolo. Poi ci sono le microfratture nelle celle, che spesso nascono quando qualcuno cammina sui moduli durante un intervento, i diodi di bypass guasti, le saldature e le connessioni che si degradano con gli anni e il degrado indotto dalla tensione.
Presi uno per uno sembrano difetti da poco. Il guaio è che il calore accelera il degrado, e la situazione tende a peggiorare da sola.
Lo abbiamo provato anche noi durante una giornata sul campo con il nostro team, all’impianto da 1 MW del Gruppo Alcar Uno a Castelnuovo Rangone. Abbiamo coperto un modulo con una coperta, per simulare l’ombra di un albero, e siamo andati a vedere cosa succedeva. Il primo effetto si è visto nei dati: quel solo modulo in ombra ha abbassato la produzione di tutta la stringa, che rendeva meno delle altre rimaste al sole. Poi abbiamo misurato la temperatura dei moduli e confrontato quello all’ombra con quelli esposti, per vedere quanto cambia il comportamento termico di un pannello quando non lavora come gli altri.
Nella prova è bastato togliere la coperta per tornare alla normalità. Sul tetto di un capannone, invece, l’ombra di un albero cresciuto troppo, di un camino o di un’antenna resta lì tutti i giorni, e nessuno la toglie.
Perché non te ne accorgi dai dati di produzione
Molti clienti ci chiedono: “Se ho il monitoraggio della produzione, non me ne accorgo comunque?”
Fino a un certo punto. Il monitoraggio resta il primo controllo e, se una stringa si ferma o un inverter va in blocco, lo vedi subito. Un hot spot su poche celle però pesa così poco sulla produzione totale che nei dati non si distingue: la sola differenza tra una giornata nuvolosa e una di sole sposta i numeri molto di più.
Così l’impianto continua a produrre, i valori sembrano normali e intanto il difetto cresce. Te ne accorgi quando un modulo si brucia o una stringa va fuori servizio, e a quel punto hai già perso mesi di produzione e quasi sempre anche il modulo.
Cosa dice la norma
La termografia di un impianto fotovoltaico in esercizio ha una specifica tecnica dedicata, la IEC TS 62446-3. Indica che strumenti usare, in quali condizioni ambientali si può lavorare, come si svolge l’ispezione, cosa deve contenere il rapporto e che qualificazione deve avere il personale. Contiene anche una tabella delle anomalie termiche da usare come riferimento.
Una cosa che spesso non si sa è che la norma non parla solo dei moduli. L’ispezione può riguardare anche cavi, contatti, fusibili, sezionatori, inverter e batterie, perché un contatto allentato o una connessione rovinata di solito si fanno notare prima di tutto scaldando.
Dal 2025 la termografia è entrata anche nel discorso antincendio. Le linee guida dei Vigili del Fuoco prevedono che l’ispezione venga fatta periodicamente secondo questa specifica, con la stessa cadenza dei controlli sull’impianto elettrico alimentato. Per le attività soggette ai controlli di prevenzione incendi, quindi, non è più solo una buona abitudine. Tutti gli adempimenti li trovi nell’articolo sugli obblighi di manutenzione del fotovoltaico.
Non si può fare in un giorno qualsiasi
Chi la chiede per la prima volta spesso non se lo aspetta, quindi è meglio saperlo prima di fissare una data.
Per avere termogrammi affidabili l’impianto deve lavorare a pieno ritmo. La norma chiede almeno 600 W/m² di irraggiamento, poco vento e cielo sereno, quindi si lavora nelle ore centrali di belle giornate e nei mesi adatti.
Per questo, più che un giorno preciso, conviene fissare un periodo e scegliere il giorno quando il meteo lo permette.
L’errore che vediamo più spesso
Capita quando la termografia finisce nella lista delle cose da chiudere entro fine anno. Si fissa la data, quel giorno il cielo è coperto e si vola lo stesso, perché la squadra è già sul posto e spostare tutto costa.
I termogrammi vengono fatti e il rapporto arriva. Con poco sole, però, la differenza di temperatura tra un modulo sano e uno con un difetto agli inizi è così piccola da confondersi con il margine d’errore dello strumento, e le anomalie leggere non si vedono.
Ed è la situazione peggiore. Se un’ispezione salta, almeno lo sai. Se invece ne fai una che dice che è tutto a posto quando non lo è, resti tranquillo fino al controllo successivo.
Se la scadenza cade in autunno o in inverno, conviene anticipare l’ispezione alla primavera. Ed è meglio tenersi un paio di date di riserva, nel caso il meteo non collabori.
Termocamera portatile o drone?
Dipende dall’impianto, ma su una copertura industriale di solito servono tutti e due.
Il drone con termocamera radiometrica riprende ogni modulo dall’alto con l’angolazione giusta, senza fermare l’impianto e senza che nessuno debba camminare sui pannelli, che come dicevamo è una delle cause delle microfratture. Su qualche migliaio di metri quadri fa in poco tempo quello che a piedi richiederebbe una giornata. E riduce le salite in copertura, cosa che conta soprattutto per la sicurezza.
La termocamera portatile la usiamo per i controlli da vicino su quadri, inverter e connessioni, e per verificare i punti segnalati durante il volo. Il drone individua le anomalie, la termocamera portatile aiuta a capirle meglio.
Poi c’è un aspetto pratico di cui si parla poco. Far volare un drone sopra un’area industriale non è come farlo in un parco: serve un pilota abilitato secondo le regole ENAC e, a seconda del sito, possono servire autorizzazioni. Sono tempi da considerare quando si programma l’ispezione.
Cosa esce dall’ispezione
Alla fine di un’ispezione non basta una cartella di immagini termiche, serve un rapporto che si capisca. La norma stabilisce cosa deve contenere e come classificare le anomalie, in base al tipo di difetto e a quanto è rilevante.
Nella pratica si usano spesso tre fasce, basate sulla differenza di temperatura rispetto ai moduli sani. Se lo scarto è di una decina di gradi o meno, il modulo si tiene sotto osservazione; nella fascia intermedia si programma un intervento; oltre i venticinque gradi si interviene subito. Sono indicazioni di massima, perché la valutazione finale dipende sempre dal tipo di anomalia e dalle condizioni in cui è stata fatta la misura.
Il rapporto serve soprattutto a sapere quali moduli controllare e da quali partire. Senza, hai solo la sensazione che qualcosa non vada e nessuna idea di dove mettere le mani.
Cosa si fa dopo
Dipende da cosa è emerso. A volte basta una pulizia mirata o eliminare un’ombra che si è creata col tempo. Altre volte bisogna sostituire i moduli danneggiati o intervenire su diodi e connessioni. Se i moduli difettosi sono tanti e l’impianto ha già qualche anno, conviene valutare un revamping, che rinnova la parte degradata invece di inseguire un guasto alla volta.
In ogni caso il rapporto va conservato. Se la tua attività è soggetta ai controlli di prevenzione incendi, fa parte della documentazione dell’impianto insieme al registro.
Come lavoriamo noi
Le ispezioni termografiche le facciamo con attrezzatura nostra: drone e termocamera sono di proprietà. Le eseguiamo sugli impianti che seguiamo in manutenzione e anche su impianti installati da altri.
Avere tutto in casa, pilota compreso, ci permette soprattutto di muoverci quando il meteo è quello giusto. Se le condizioni buone durano tre giorni, possiamo organizzarci in quei tre giorni senza dover rimandare al mese dopo. E se durante il volo vediamo qualcosa che merita un controllo da vicino, lo verifichiamo subito con la termocamera portatile, senza fissare un secondo sopralluogo.
A fine lavoro ti consegniamo un rapporto con quello che abbiamo trovato, come lo abbiamo classificato e cosa conviene fare, partendo dalle priorità. Alleghiamo anche i termogrammi e i dati rilevati, così ogni valutazione può essere verificata anche da un tecnico di tua fiducia.
Se sul tuo impianto non è mai stata fatta una termografia e non sai se ti serve, scrivici. Con l’anno di installazione, la potenza e il tipo di copertura riusciamo già a darti una prima indicazione.
Domande frequenti
Cos’è un hot spot in un impianto fotovoltaico?
È un punto del modulo molto più caldo del resto. Succede quando una o più celle non producono più come dovrebbero e dissipano energia in calore. Le cause più comuni sono ombre, sporco, microfratture e diodi di bypass guasti.
Perché il monitoraggio della produzione non basta?
Perché un hot spot su poche celle pesa pochissimo sulla produzione totale e si perde tra le normali variazioni dovute al meteo. Il monitoraggio segnala i guasti evidenti, la termografia aiuta a trovare quelli che stanno iniziando.
Ogni quanto va fatta la termografia?
Per le attività soggette ai controlli di prevenzione incendi, le linee guida dei Vigili del Fuoco prevedono che l’ispezione termografica venga effettuata periodicamente, con periodicità allineata a quella dei controlli previsti per l’impianto elettrico alimentato.
Serve fermare l’impianto?
No, anzi. L’impianto deve essere in funzione, perché le anomalie termiche si vedono quando i componenti lavorano.
Si può fare in qualsiasi giornata?
No. Servono un buon irraggiamento, poco vento e cielo sereno, quindi si lavora nelle ore centrali di belle giornate. Con il cielo coperto i termogrammi non sono affidabili.
Meglio il drone o la termocamera portatile?
Su una copertura industriale di solito si usano entrambi. Il drone controlla tutti i moduli in poco tempo e senza salire sul tetto, mentre la termocamera portatile serve per quadri, inverter e connessioni e per verificare da vicino i punti segnalati.
Cosa ricevo al termine dell’ispezione?
Un rapporto con le anomalie trovate, classificate in base al tipo di difetto e alla differenza di temperatura, che indica quali richiedono un intervento immediato e quali vanno tenute d’occhio.
Serve un’autorizzazione per far volare il drone sul mio capannone?
Il volo deve rispettare le regole ENAC ed essere fatto da un pilota abilitato, e a seconda del sito possono servire autorizzazioni specifiche. Noi usiamo un drone di proprietà con personale interno, quindi la parte autorizzativa la seguiamo direttamente.
Fonti normative e tecniche
- IEC TS 62446-3 — impianti fotovoltaici, termografia a infrarossi in esterno
- Vigili del Fuoco — Nota n. 14030 del 1° settembre 2025, linee guida sugli impianti fotovoltaici
- UNI EN ISO 18434-1 – termografia, terminologia e procedure generali.

